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Due cose sul nuovo album degli zen circus.

Uno:è un grande album di un grande gruppo punk (i puristi dell’hardcore mi diranno:” Ah si e le fottute urla??questi hanno una fottuta acustica e addirittura una fottuta armonica come un fottuto Dylan” ps:sì parlano così). Ebbene non c’è bisogno di urlare per ferire senza mediazioni, e l’asset folk-country è una ottima copertura per l’arte della provocazione destabilizzatoria di cui quest’album è pieno.sono “punk in borghese”, sembra che raccontino storielle da spiaggia e invece qui si dice tutto e brutalmente e se vi sentite offesi credete LO SI E’ FATTO APPOSTA. È una questione di spirito e di coraggio.questo ci porta però al secondo punto. Come diceva Hornby parlando di un album dei Suicide “ti colpirà come una pistola in fronte, ma chiediamoci, un uomo che torna dal fronte della Somme vuole ascoltare una canzone che ti spara??”. Anche se è molto più leggero (Franco qua non spara ma fuma e scarica casse la mattina in un ottimo brano con la voce di Fiori dei Mariposa, se non sapete chi è mettetevi un post-it “scoprirlo”) comunque l’alert è lo stesso: attenti disaggio inside. Dovete essere pronti e preparati perchè non è un pranzo di gala, e il titolo lo fa intuire pienamente.Se ve la sentite e siete pronti ad essere offesi e a rischiare di riconoscervi in un ironia che non è bonaria alla cani da dire “aahahh si è vero è proprio così che gente aahhah”, ma è più affilata dell’Orda d’Oro e più penetrante di una pornostar congolese, benvenuti a bordo.

Due cose in realtà: uno è molto molto molto buono, due non è Mastodonticamente buono.

Niente megaurloni alternati con paesaggioni sludge da 13 minuti basati su storie assurde.

Finiti i quattro elementi che avevano caratterizzato gli album precedenti ora si sono detti: “e ora qualcosa di diverso”

Ed è uscito il loro “black album”, diverso di stile, ma ugualmente epico.

Molti, soprattutto i più conservatori (che nel metal pullulano più che a una convention di destra), storceranno il naso di fronte ai Mastodon da 4 minuti che cantano sempre in pulito (con qualche sforzo notevole), ma i più obiettivi devono riconoscere che qua c’è abilità e talento a pacchi.

Quando si è bravi, si può decidere “ok facciamo questo” e farlo bene.

Magari il prossimo album sarà un disco di samba-metal intitolato “the hard damnation of Caracas”, e sarà comunque esaltante.

In definitiva, questo è probabilmente uno degli album Hard/heavy dell’anno, fateci un giro.

inizio questa recensione con un immagine scollegata

ero a varigotti non tanto tempo fa (diciamo due mesi fa) e entrando da una gentilissima edicolante per chiedere dov’è la posta la vedo pontificare di fronte a due clienti la rivolta armata contro il governo.la cosa maggiormente stupefacente è che le signore annuivano all’insegna di “è il minimo”, “ci vorrebbe una bomba”: età complessiva almeno 160 anni in tre. Qualche tempo dopo sentendo dall’altrettanto nonpiùgiovane Canali di “una rivolta al giorno all’ora dell’aperitivo”, “prima regola spaccare tutto” mi sono tornate in mente.la situazione socioeconomica non è delle migliori e il conflitto sociale cresce, Canali sembra in “Carmagnola #3” plaudire al “suono della cannone” e rischiare diverse volte denunce per istigazione alla violenza ma poi in “Regola #1” e “Risoluzione strategica #6” (anche questi con i numeri, caso?? no) mostra il lato oscuro della situazione: la rivolta inizia ma se da una parte i media fanno la coda per strumentalizzare l’evento, anche i manifestanti si lanciano i verso il flash dei fotografi, guidati da un capo richiesto, voluto e seguito come se fosse necessariamente la personficazione della rivolta, ma che è pronto per fregare tutti. “La rivoluzione francese non aveva leader, sono stati importati solo successivamente. E infatti quando sono arrivati hanno cominciato a tagliarsi la testa a vicenda.” come nota Canali stesso in un intervista.Se da una parte c’è la rabbia c’è anche il ragionamento sulle conseguenze.

Tornando alla musica è il rock serrato pre-nostra signora della dinamite. Meno toni intimisti e un tono simile al mitico “Rossofuoco” (o freccetta o precipito che dir si voglia) ma nonostante i brani citati prima c’è un tono più positivo anche se rabbioso, diciamo in termini di sfida fiera come in “Morire di noia” o nell’epico inno anarcoautodeterminativo “sai dove” (forse il brano migliore dal mio punto di vista, ma chi amava l’album precedente troverà questa o anche “ci sarà” sgradevole, e simile ai “deliri di un ubriaco”). C’è anche la parte intimista ma è scarsamente riuscita.”treno di mezzanotte” è deludente, ma soprattutto “la solita tempesta” cita i Joy division («L’amore che ci ha fatto a pezzi tante e tante volte» suona qualche campanello??) ma sembra un Ligabue fatto meglio.

l’unico “emotional” degno di nota è “orfani dei cieli” ma questo album in realtà è molto più uno sfogo che una confessione.

Secondo me è (come il precedente) un ottimo album, dipende solo dalla faccia che preferite: quella meditativa o quella più barricadera?

cari contorni per polenta, eccoci con la seconda parte del report sul balla coi cinghiali, fatto a posteriori in quanto la mia intenzione di farne uno al giorno si è scontrata con al vita da campeggio.

Comunque, la seconda ungulatica giornata si apre con i Bad Bones, che danno la sveglia (alle sei di sera ma è comunque una sveglia) con lo hardrock-earlyheavy tra influenze sabbathiane, voci alla Motorhead, testi alla AC/DC e tutte quelle cose che facevano alzare le corna nei primissimi anni ottanta (e le fanno alzare anche ora a giudicare dal riempimento record sotto il palco, nonostante la band di apertura sia in genere snobbata). Dopo tutto questo sforzo energetico, imponesi pausa pizza-birra-band un po’ ska – un po’ dub con tanto di corista. i Deskarados, forno a legna e pinta di artigianale al tramonto compongono una maniera per rigenerarsi a cui le spa non sono ancora arrivate molto probabilmente, ma che è di sicura efficacia. E’ un momento di relax da srotolamento del Dna, ma siccome molti altri gruppi mi aspettano mi riprendo e vado a fare parte del pocherrimo pubblico dei Let it slide. L’infausta collocazione in pausa pranzo non rende giustizia all’ alternative rock a volte un po’ approssimato ma sicuramente partecipato e di buona presa del gruppo bergamasco, che comunque fa buon viso a cattivo gioco e porta a termine un dignitosissimo live in mezzo alle ovazioni mie, delle fidanzate e di pochi amici. Probabilmente dal palco mi avranno guardato pensando “ma chi è quello?? gli altri li conosco ma lui???”. Smetto di infierire per parlarvi dei Lombroso. Non Cesare, non Luca ma un duo fondato dall’ex-violinista degli Afterhours. Il loro scopo è quello di ammantare di una vena rock la classica popsong autoriale italiana (qualcuno ha detto battistimogol??). Obiettivo raggiunto grazie all’abilita musicale del duo e ai baffoni di uno dei due che danno automatica serietà da nonuscitovivodai’70. Scherzi a parte, sono un duo molto valido e coinvolgente, non saper le parole non vi salverà dall’inevitabile singalong abbracciati sotto il palco. sappiatelo. A seguire su quel palco la dubbia genialità dell’autoproclamato il Genio. Siccome oggi sono molto poco poppollo mi dirigo verso un palco secondario a farmi pettinare il ciuffo che non ho dalle potenti chitarre dei Diatomea. Questi incazzosi ragazzotti di Savona propongono quello che poteva definirsi nu-metal prima che il nome cadesse in declino (loro tuttavia per sicurezza si definiscono ancora crossover):Posizionati in una casella tra Korn e Rage against the machine, in un operazione di revival novantiano che marcia bene. Un giorno dovremo sederci e pensare a cosa è andato storto da allora ma nel frattempo accontentiamoci di fare headbanging. Mi dirigo verso l’area pranzo per recuperare energie e osservo i banchetti, pescheria oltremare sas. Gelateria pinotto sas, brunori sas. Quest’ultimo non vende granite o fritto misto, ma canta canzoni ironiche ma partecipate, con un misto di ricordi personale e storie inventate ma credibili. Dario Brunori, insieme a Dente e ai Dimartino (che hanno dei feat. nel suo ultimo disco) è la nuova voce del cantautorato italiano, ma probabilmente è quello che ha trovato meglio la via di raccontare storie anche tristi e tragiche ma in maniera né pietosa né compiaciuta, appunto con quel misto di partecipazione e ironia di cui si diceva(non per niente i suoi due album si chiamano poveri cristi 1&2). Non mi spingerò qua a dire che è il nuovo Rino Gaetano, perché è una affermazione grossa (anzi enorme) e richiede tempo e verifiche, però una stelletta, pallino o lineetta che sia di fianco al suo nome ce la metto di sicuro Da seguire e con attenzione, magari dopo perché la seconda giornata è finita

La terza giornata inizia nella mia tenda dotata di “angolo cottura” in quanto dove sono io si cuoce dal caldo. Con rinnovata solidarietà per le torte, esco dal forno e mi appresto ad aprire una lunga e probabilmente pallosa parentesi su Bardineto, il simpatico paesello che ospita la manifestazione.

Per non farla troppo lunga dirò che è praticamente una via sola che parte dall’edicola-tabaccaio che mostra oltre ai soliti film in abbonamento coi giornali e ai soliti porni una ricca collezione di video di caccia al cinghiale (intitolati progressivamente tipo “Cinghiale 2: la grande caccia”, “Cinghiale 3:la preda è vicina”. “Cinghiale 4:sempre più cinghiale” facendomi domandare chi siano gli acquirenti di tale abbondanza) e arriva all’altra edicola tabaccaio dopo circa 800-900 metri di bancarelle e commercianti che si fregano le mani per la loro settimana di lavoro, visto che probabilmente campano un anno con quello che guadagnano quei giorni.

Dopo essermi fatto riconoscere come milanese abituato ai prezzi folli (“coooome?? solo un euro per una penna e un taccuino???”) ed essermi fatto raggelare dagli occhi di una sciura del posto a cui avevo chiesto incautamente suoi pareri sul festival (ragazzi, neanche l’emissario che tornava dall’imperatore annunciando la sconfitta di Varo a Teutoburgo era stato guardato COSI’ male)

me ne torno al festival. La serata musicale inizia con un’altra sveglia hard-rock, affidata questa volta ai Black Elephant, un solido gruppo vecchio stile, di quelli che dicono pane al pane, vino al vino e frocio al frocio .Se passate sopra alcune uscite da contadino dell’Arkansas, scoprirete un interessante mondo di urla cavernose, drumming furioso, riff scatenati e stivali di pelle di coccodrillo appena ucciso. Un’ po’ di primitività ogni tanto fa bene perciò che sbraito sia e su le corna. AAAAAAAAAAAAARGHHHH!!!!FIIIIIIREEEEEEEE!!AAAAAARRRRRRRRRGH!!!!

Usciti dal pogo e sbranata animalmente una salamella (si fa sempre un po’ fatica a tornare alla civiltà) mi vado a stupire con gli acrobati del circo etiope. E’ un gruppo di artisti che gira il mondo per raccogliere fondi per progetti benefici in Etiopia e a far vedere quando sono bravi a giocolare con 8 (otto!) cappelli a testa. La momentanea sospensione delle leggi della fisica però mi fa venire comunque il mal di schiena solo a vedere la contorsionista. Un attimo dici “questo è impossibile” e poi dopo fanno qualcosa di ancora più impossibile. Mascella a terra che mi faccio riposizionare dal muro di suono dei titanici stoner Gandhi’s Gunn. Oltre al nome che rasenta la genialità, danno un nuovo senso al nome del festival. Robusti, pesanti, zannuti, lenti ma pronti a scattare in una furiosa e travolgente carica, incarnano l’archetipo dell’animale simbolo del festival. Musicalmente è un potente e incisivo stoner classico, deserticamente figlio di Kyuss e Fu Manchu, anche se con qualche influsso sludge. Se non avete capito quello che ho scritto, fidatevi comunque che sono bravi e possenti. Mentre sono al bar a rifornirmi di birra, mi prende un colpo sentendo una voce in screamo e accorgendomi che proviene non da un ciccione tatuato ma da una dolce donzella che tanto gentil e onesta pare, ma in realtà sbraita come una petroliera in avaria. “ho iniziato a cantare così per scherzo in sala prove”mi dirà poi “poi ho visto che veniva bene, e grazie a quello che ho imparato studiando canto riesco a passare rapidamente al melodico e a riprendere lo screamo anche più volte”

Il gruppo si chiama “Marry me in Vegas”, ed è probabilmente un affermazione di pari opportunità nel rock, ma sicuramente un valido gruppo metalcore (genere che però frequento molto poco quindi per correttezza smetto di scriverne ora). E torno sul palco principale a sentire i Gribitch brothers and sister, un ammucchiata psycobilly francotedescoest-europea che di ammucchiate ne causa anche sotto il palco, con la loro cura automatica per il morale e le coriste dotate di cartelli. Ed è subito festa, e ad un certo punto lo sgangherato balkanchitarrista ne approfitta per lanciare in un italiano ancora più stentato un “tuti insieme dansa del cinghiale” che viene ripetuto e scandito all’unisono da una persona all’altra, facendo un uso del nume tutelare molto migliore di quello mai fatto dagli squallidi interventi della squallida presentatrice che credeva di essere in una squallida serata in uno squallido discopub di uno squallido paesino di provincia…aspetta qual’era la parola che la definiva?? aspettate?? ah già, squallida. Cosa che invece è esattamente l’opposto dei precitati Gribitch, che saranno i cartelli con i brillantini, ma alzano un live decisamente illuminante.

Anche troppo, perché il live successivo è condotto da un vero fulminato.

Vestito come il Mago Otelma, buffamente fuoriluogo come Mangoni, situazionista come Fatur (l’artista del popolo), brutto come il benzinaio delle barzellette, con una zeppola peggiore di Jovanotti e Vendola che fanno un duetto è arrivato MGZ con la sua backing band di dj, chitarrista e ballerine/coriste/quellochecapita rinominate burugirls, in quanto lo stesso MGZ rivendica di essere l’ultimo profeta di “Burulandia”. Musicalmente suona come se Freak Antoni e un aspirante raver dj fossero invitati a suonare in una band industrial. Testi sarcastico-demenziali, basi technopunk, travestimenti stupidi (pure l’aureola luminosa e la megabacchetta magica) e un circo di trovate e di scenografie assurde. Le possibilità sono due: o è uno degli eredi della tradizione demenziale italiana, o è un ciarlatano. Io, da conclamato appassionato della stranezza musicale, ho votato la prima (pure due volte per essere sicuro) e mi sono divertito come una scimmia. Poi fate voi. Ma non dite che non v’era stato detto.

Per riposare le orecchie (serve assolutamente) in zona relax suonano gli scaliturchi, ensemble afrosperimentale che si incaricherà di vegliare tra didjeridoo e ritmi cubani sul vostro inevitabile abbiocco. Appena destati dal mondo delle nuvole dove gli angeli suonano i bonghi e lo steeldrum ci si reca all’ultimo concerto della serata, il trombettista più famoso d’Italia Mr. Roy Paci con i suoi Aretuska che reduci da un imponente tour estivo non hanno perso nemmeno un grammo di freschezza, smalto e lucidità sulle trombe. La piazza si riempie all’inverosimile, gente che balla in spalla, sui tavoli, sui cassonetti, dietro il bancone, alle casse, pure ogni tanto si intravede dalle cucine che stanno ballando pure là. La festa è totale, ballano pure i tavoli (anche perché ci sono tante persone sopra) e il concertone ska si conclude con una versione aggiornata di Nuntereggaecchiù che riscuote un approvazione bulgara. Così si conclude anche il terzo giorno, tra i bis di tromba e i boati di giubilo della massa.

Sul quarto giorno non c’è molto da dire, data la rilevante la presamale generale per la fine del festival che ha avvolto tutti per un po’, stemperata però ovviamente dall’avvio della musica.

Da segnalare i Pad Brapad (leggermente impronunciabili, infatti c’è su internet un video di un loro live alternato a video di tizi che provano a dirlo). Sono un gruppo francese, alla loro prima data in Italia, che hanno fatto alla musica tzigana la stessa cura elettronica che i gotan project fecero al tango qualche anno fa. Il loro miscuglio, autodefinito musica “urban-tzigan”, però risulta stranamente più coinvolgente e apre porte che non avevamo nemmeno visto nel recupero moderno della musica tradizionale. Una rilettura divertita e curata che è stata molto apprezzata da tutti. Una delle rivelazioni del festival, imperdibili soprattutto dal vivo. Proseguono sul filo del buonumore, i

Rock’n’roll kamikazes, il nuovo gruppo di Andy Mcfarlane (per chi non lo conoscesse il frontman degli Hormonauts, il più incredibile e scombinato gruppo psycobilly italiano), che riempiono l’area di rock’n’roll classico e rockin’blues per i balletti di tutti. Se non vi ricordate i passi che facevano i vostri genitori potete ricopiarli da video d’epoca oppure improvvisare, sentendovi comunque un po’ Blues Brothers, anche senza occhiali neri.

Dopo aver visto la luce viene però il punto dolente. Salgono sul palco i Verdena, reduci da un mostruoso tour per l’Europa. Io ora non so come affrontare la questione. Ho provato a farmi affittare un pollaio da un amica di mia zia, andare là scrivere la recensione in inglese, tagliarla, ricomporla, tradurla in italiano, tagliarla e ricomporla di nuovo ma oltre a poter dire che “adesso so perché sei nera ad ogni io e me e tu e noi cadimi in volo onesto mentre mi cullo fragile con la vertigine blu” (ho saltato una parte sulle meduse lesbiche color porpora che giocano col rimorso autunnale ma fidatevi che è meglio). Allora lo posso dire. Il coraggio c’e l’ho. per fare la mia rivelazione: han fatto pena. Ma tanta. E mi dispiace perchè anche se non li apprezzo molto per questione di gusti personali, ammetto che sono bravi e che sono una grande band live. Io stesso li ho sentiti altre volte (al magnolia in chiusura del MIAMI quest’estate ad esempio) e, anche se non mi sono esaltato, non mi hanno annoiato e li ho ascoltati gradevolmente per un’ora, un’ora e mezzo.

Questa volta no. Sono passati a sostituire la flebo a tutti i degenti del festival e hanno riportato alcuni nel baratro della droga. Ho conosciuto strafan dei Verdena che avevamo fatto ore e ore di treno per venire ammettere con le spallucce del vero fan che “si, vabbè stavolta hanno suonato veramente di merda”.Ed è un vero peccato. Nonostante questo il festival in generale è stato assolutamente epico e leggendario e quindi l’anno prossimo che vada bene o vada male passate dal cinghiale! (mai stato capace di fare le chiuse io)

Cari amici del cinghiale, del cinghialino, del chinghialotto e della cinghialessa (meglio nota come cintura bollita) questa volta sono direttamente dal Balla coi Cinghiali a Bardineto, il più grande festival gratuito d’Italia.

“come Woodstock ma si mangia meglio” campeggia nella scritta all’ingresso, ma io non vedendo né hippie in acido che ballano nude (anche se molte sono in costume), né vecchi freak che si lanciano palate di fango sostenendo di conoscere la strada per il Nirvana, almeno sul primo punto mi riservo di dubitarne, sulla seconda ci torniamo dopo. Comunque, appena entrati ci si rende conto che è assolutamente enorme e c’è ogni cosa: volete comprare dei cd?fatto! volete fare sport?,c’è! Imparare a ballare?c’è!, c’è pure la pista da BMX e l’internet point.Così pieno di speranze entro nel campeggio e, dopo aver rischiato di vincere un ipotetico premio “peggior campeggiatore del decennio”per la mia tenda decisamente ispirata ai maestri dell’astrattismo, mi avvio verso il palco centrale (Aoh,se’ chiama “Main stage” semo ‘mericani qua) dove suonano i “Nena and the SuperYeahs”, un gruppo che dovrebbe essere elettropunk ma finisce per essere ripetitivo e privo di grandi idee.Il loro pezzo migliore “Punk Mission” dovrebbe chiamarsi “Daftpunk Emission” visto che sfiora colpisce e penetra per chilometri il plagio del suddetto gruppo francese tanto che mi viene da cantarci sopra “teeeeleeevisiion ruuules the naaation”.Mi sposto al palco dedicato ai gruppi locali(“Local Heroes”, aridaje, t’ho ddetto che semo ‘mericani), passando a recuperare il corpulento libretto di ben 70 pagine con l’illustrazione di tutte le attività, i concerti e i banchetti. Nel palco locale stanno suonando i Vena Alternativa, in modalità veramente “intocantina” in quanto sono in una piazzetta isolata con cinque amici di pubblico.nonostante questo suonano postgrunge con passione e impegno anche se la cantante ogni tanto ha qualche calo di presenza scenica dovuto alla cosiddetta “sindrome da recita” (“Oddio, ora devo dire questo, poi questo e questo”), con un po’ di naturalezza in più potrebbe essere decisamente interessanti. Il rock mette anche appetito e mi dirigo a verificare se si mangia veramente meglio. Non ho termini di paragone, non essendo stato a Woodstock, ma qua si mangia veramente bene.

All’interno di un tendone a forma di circo trovo un piatti tipici e alle cucine polenta e gnocchi. Prendo però la focaccia e una birra fatta secondo la ricetta egiziana ricostruita, visto che gli egiziani oltre a fare le piramidi e a stare di profilo hanno inventato la beneamata bevanda.

Dopo Pranzo sono pronto ad affrontare i Bancale. Dico affrontare perchè questo gruppo blues-noise porta la pesantezza a nuovi livelli. Saranno anche bravi a suonare gli stessi accordi in continuazione sbattendo su lastre metalliche ed declamando in stile Massimo Volume la miseria, il vuoto e la nullità della pianura industriale bergamasca-est lombarda, ma dopo dieci minuti di “cani randagi divorati dalle mosche in discariche in disuso, mentre i brandelli dei salami marciti sporcavano l’asse marcia del cascinale in rovina” inizi a non poterne più. Ti serve gioia e subito, ne va del tuo equlibrio psicofisico. Fortuna che sull’altro palco suonano i Legendary Kid Combo, formidabile banda di intrattenitori e dispensatori di buonumore e balli folli. Un gruppo di musicisti vestiti in stile ottocentesco-americano che alternano psycobilly, cover folkrock, e cover di pezzi in chiave speed country o psycobilly. Capaci di passare da Oci Ciorne a “fight for your right(to party)” facendole sembrare due canzoni dello stesso gruppo (loro) e di tirarsi dietro tutto il pubblico in un attimo. Dopo diserto gli hardcorers Dufresne per i Lomè, perchè il libretto nel parlarne tira fuori in poche righe Tenco, i Mars Volta, gli Area e Zappa. Come sempre troppo Hype uccide e impedisce di godersi questo, in realtà, buon gruppo jazz-rock basato soprattutto sulle capacitò istrioniche del cantante e del tastierista (che addirittura sostituisce senza troppi danni gravi la chitarra in una cover di Heart shaped box). Perciò mi metto e mi tolgo il mio cappello da “saluto al virtuoso” e, dopo aver alzato di parecchio la sbarra dell’assurdo ascoltando una cover metalcore di “get up stand up” eseguita dai Volumi Criminali (il nome migliore del giorno come band), mi preparo a sentire il grande vecchio dell’alternative rock italiano, Giorgio Canali. Il quale, nonostante abbia sui cinquanta anni, sembra un settantenne dall’aspetto e un ventenne dall’energia, la passione, la forza, l’entuaiasmo e il tasso alcolemico dal suo live. Sbraita, si aggrappa all’asta, tortura la chitarra, manda affanculo tutte le richieste di pezzi, tira craniate possenti al microfono e alza un concerto così elettrico da sviluppare un ondata di allarmi blackout. Potrebbe fare solo pezzi storici e avere file di persone abbracciate che cantano ma suona tanti pezzi del nuovo album, incurante del rischio di diminuire la partecipazione. E’ L’energia, la rabbia, la rivolta, la passione, la sfida, il fuoco che si alza e avvampa, l’inondazione che rompe tutti gli argini, tutte queste cose che hanno reso grande il rock in un solo concerto.

Si avvisa che questo report sarà in forma ridotta a causa della mia cronica capacità di ritardare e di una grandinata ancora più ritardataria di me.

Appena entro vengo accolto da una ventata di gelo polare, non residui della grandinata ma l’algido ed etereo set dei Be Forest: due ragazze e un ragazzo che danno vita ad un’ atmosfera tra la new-wave e un certa musica ambientale affascinante ma anche sottilmente inquietante. Roba da felpina per evitare i brividi da eccesso di voci rarefatte. Poco dopo però la pioggia nel pineto termina per dare spazio alla domenica soleggiata e di ritorno dal college dei Radio Days, col classico indie-pop-rock che tanto riempie le sale prove, le radio e i cartelloni dei festival, per un unico semplice motivo: quello di elargire, ad un impegno di ascolto minimo, gioia e spensieratezza a piene mani.

E questo obiettivo pare completamente riuscito. Il cielo si rischiara, la gente toglie il kway e inizia a ballettare sul posto, le coppie iniziano ad abbracciarsi, le compagnie a prendere le birre al bancone, insomma torna la primavera. Giusto in tempo per andare a mangiare al bar, al negozio delle polpette (ebbene si, avete letto bene, polpette d’asporto e anche buone) o consumare un panino portato da casa per risparmiare (del resto non è il festival dell’autoproduzione??)

Si torna giusto in tempo per lo stralunato cantautore Babalot e il suo allegro gruppo di appoggio.

Ecco una breve lista di cos’hanno loro: un cantante che dimentica le parole e gli attacchi ma si vede visibilmente preso dall’ansia da palcoscenico e questo incrementa la simpatia, un misto di strumentisti (compresa la pianola a bocca e un tizio che suona il cubo di legno su cui è seduto), testi completi e solo apparentemente nonsense in alcuni punti ma in realtà brillanti, arrangiamenti vivaci e originali e soprattutto un aria di non prendersi esageratamente sul serio ma di sapere cosa si sta facendo. E’ esattamente una di quelle volte che dici “toh mi fermo 5 minuti prima del concerto sull’altro palco” e poi resti lì fermo per un’ ora e ti perdi l’altro gruppo, ma in fondo non ti dispiace così tanto. Ora, però, vedi che la folla si accalca verso l’altro palco, a causa dell’imminente show degli lnripley. Oltre ad essere una storica eroina del cinema fantascientifico, è anche il nome di un gruppo che suona drum’n’bass e dubstep completamente dal vivo solo con strumenti (elettronici e non).In una nuvola di fumo si materializzano tutti coperti da maschere e bardature il batterista, i due suonatori di groovebox, il bassista e per ultimo Viktor, l’Mc. Anche cantante/rapper lui è il vero cavallo selvaggio del palco che passa tutto il concerto a saltare come un gorilla fomentando la folla,che non ha comunque alcun bisogno di essere fomentata oltre, visto che il sound del gruppo suona come il figlio bastardo dei Rage Against The Machine con i Pendulum che esce a ubriacarsi con una gang di robot. Quando partono i pezzi dubstep è il delirio, la gente si trova a ballare senza accorgersene, sotto il palco un mischione da metal, ovunque gente che dondola scoordinata come in trance. Il concerto finisce con Viktor in piedi sulle transenne a torso nudo, fiero come Nelson prima della battaglia di Trafalgar che lancia enormi palloni a forma di occhio sul pubblico urlando “are you fucking reaaaaady” mentre il batterista suona sui 170 bpm e sembra avere cinque mani. Sono arrivati gli alieni ma non sono aggressivi sono solo un po’ irruenti. Dategli retta e vivrete cose non di questa terra. Seguono i Casino Royale, con forte attenuamento della velocità e del ritmo della serata, accolto con un misto di dispiacere e sollievo: dispiacere per la fine e sollievo per la prova fisica e psicologica a cui erano state sottoposte le prime file. E’ il momento di sedersi, bersi una birra, asciugarsi il sudore e borbottare a mezza voce “cazzo che roba! cazzo che roba!” come se si avesse partecipato alla presa della bastiglia. Ora permettetemi di fare un disclaimer personale sui casino royale, anzi sui nuovi casino royale, che poi nuovi non sono visto che hanno questa formazione da almeno 5 anni. Il disclaimer è questo: sono bravi si, ma con Giuliano Palma erano un altra cosa….soprattutto quando fanno i pezzi vecchi si sente che cambia qualcosa, è un piccolo disturbo ma si nota, un po’ come quando salta la frequenza in radio. Sarà che io non li avevo mai sentiti dal vivo e avevo in mente solo le versioni sentite sui cd o su youtube, ma ho notato un senso di assenza che mi impedisce di essere veramente onesto su un live che se non è stato travolgente è stato comunque molto dignitoso. Tra questi due gruppi di chiara validità e un mostro sacro come Dj Gruff le teste pensanti della scaletta hanno pensato di infilarci un puro bimbominkia, forse per evitare che Segrate collassasse come un buco nero per l’eccesso di ottima materia musicale.

Ecco dunque arrivare un tamarro di provincia ad esibirsi nel solito numero, “minchia spacco di brutto e ora faccio un rutto, sono stato dentro per spaccio e mi hanno rotto un braccio” pronto a proclamare entusiasta “la mia ignoranza vale oro i tuoi pezzi d’amore ficcateli in culo, no homo” e a sfornare frasi di vera poesia trascendentale come “dammi i soldi soldi, la donna giusta e mi inculo il mondo “. Emis Minchia e restai sminchiato tutta la sera finchè non prese il microfono dj Gruff: “Mi ami? Mi ami ancora? Mi ami sempre? Per sempre. Milano ti amo da sempre. Ma davvero, mica roba così.” e giù scratchoni. Il suo set coniuga la velocità di un leopardo con la maestosità e la calma sicura dell’elefante che attraversa la savana dall’alto della sua pachidermica esperienza.

Ed è vera emozione di massa collettiva. Lo stile si vede, l’anima si sente.

“Per questo sono dove sono, per questo vado dove vado”

Così sotto un cielo cupo, di un giugno che tutti abbiamo dimenticato essere giugno, mi avvio con la mia fidata tracolla da concerto (per metterci gli oggetti personali onde evitare che li freghino..insomma penso che tutti possiamo raccontare storie di cose perdute/rubate ai concerti, e spero tutti da vittime) mi avvio verso la prima giornata del miami…

Dopo essermi fatto riconoscere all’ingresso (come abbonato non come autore di pessime figure ovviamente), aver ricevuto il libretto (70% sproloqui 30% recensioni 10% orari dei concerti e cose anche solo minimamente utili) e il timbro sulla mano (anche se vedersi la scritta “vedrai che mi ami” sulla mano destra apre un intero ventaglio di possibilità tra il volgare e il grottesco) entro ufficialmente nel piazzale del palco dove stanno suonando i Deluded by Lesbians

A parte il chaupeau per il nome, loro sono la dimostrazione che un certo rock misto di alternative e stoner è tutt’altro che la palla tecnica che si pensa che sia.Il chitarrista/bassista frontman è un Bluto che invece di spaccare chitarre ha imparato a spaccare con esse. Così tra battutine, incitamenti, scambi di strumenti, lanci di banane e verdura e addirittura maracas distribuite tra le prime file per “accompagnare la batteria” (e prontamente ritirate in pochi secondi dall’occhiuta sicurezza) il concerto passa allegramente in un clima da gita liceale. Si può essere delusi dalle lesbiche ma non dai Deluded. Seguono i The Hacienda, un gruppo che propone una agile riassunto di britrock (con tanto di cover dei Beatles) e motivetti indie alla Vampire Weekend. Sulla carta hanno tutto, dalla conoscenza del genere ai capelli anni ’60 ma per qualche misterioso motivo non mi convincono

ho passato tutta la coda per il panino a pensare il perchè ma non ci sono arrivato.

Allora col mio panino molto hardcore (salamella peperoni cipolle e senape) mi sono spostato verso l’altro palco che però era bloccato causa guasti tecnici, permettendomi tuttavia di incontrare il frontman dei Deluded con la cassa di banane avanzate dai lanci durante il live che girava a regalarle dicendo “dai finiamo ‘ste banane che poi si va a casa”. Sul palco principale suonavano i Fine Before You Came e io, pur non avendo molta simpatia per l’emocore (che non è l’insulto che sembrerebbe ma solo quel genere alternative che alterna urlate a momenti melodici con testi in genere intimisti ed emotivi) sono stato molto colpito dalla fisicità dell’esecuzione. Il cantante cantava praticamente sdraiato sul pubblico che si accalcava a sostenerlo in stile zattera della medusa, e anche il resto del gruppo dava l’aria di volersi sdoppiare per essere tra il pubblico ad ascoltare il loro stesso concerto, protendendosi e lanciandosi oltre il palco, nel tentativo di battere tutti i record di stagediving. Sul pezzo finale al grido di “maledetta sfortuna” TUTTO il gruppo (escluso per ovvie ragioni il batterista) si è lanciato giù di schiena dal palco continuando a sbraitare e a suonare sopra la folla di mani. Alla fine del pezzo sono scesi e hanno fatto un giro di ringraziamenti tra il pubblico con tanto di abbracci e pacche sulle spalle (la cosa faceva anche un po’ schifo viste le pezze da ciclista ma anche questo e particolarmente questo è rock)con una partecipazione incredibile da entrambe le parti insolita in questo festival (ma forse in generale). Dopo di che giro a random dato che si era in cambiopalco/cena (si anche i fonici mangiano) che mi ha permesso di realizzare tre cose: 1- quanto si sente più il sapore della birra che dell’alcool è veramente buona 2-quanto i buttafuori iniziano a salutarti devi considerare che forse vai troppo in quel locale 3-le bancarelle sono divise nettamente e geograficamente tra abbigliamento e dischi (e la mia scelta è???…aspetta aspetta Dischi!!)

Pacco fieramente per la birra e i “3 cd 10 euro” sia la vocetta da sigla di manga di denise sia “le luci della centrale elettrica“: anche se avrei voluto chiedere “ signor Brondi, cosa si prova ad essere l’artista più sopravvalutato degli ultimi 5 anni?” ero troppo impegnato a chiedere al mostro di lochness nelle pozzanghere di predirmi il futuro mentre tu tu disegnavi mondi inesplosi su un cazzo di bancale col tuo rossetto all’amianto e cagate da pseudopoeta di questo tipo.

Arrivo giusto in tempo sul altro palco per godermi la fine di quella pena umana dei colapesce, che cantano e suonano una serie di ballad da limone (senza sortire però l’effetto voluto) con la gioia e la partecipazione emotiva della cassiera incinta dell’esselunga che sarebbe dovuta andare in bagno già tre ore fa. Meglio fuggire rapido come un ninja davanti ad un carro armato e dirigersi verso il terzo palco (novità 2011) dove si stanno preparando “la casa del mirto”. Non so se siano sardi, ma una cosa è certa: bravi sono bravi ma che paranoia! Ambient/idm elettronico, che sarà anche intrippante ma se solo qualcuno ti sfiora tu se già pronto a saltargli addosso dall’angoscia che ti mette.

L’incolumità mia e del prossimo e anche un comprensibile disinteresse mi spingo altrove..è sul secondo palco che suona infatti il miglior gruppo della serata, i Mariposa

Spesso chi si interessa di musica si domanda anche il perchè certe scelte stilistiche musicali, la ripercussione di certe influenze, l’uso di alcuni strumenti ecc… con i Mariposa no, stai lì senza farti domande solo a guardare cosa possono ancora inventarsi, come un bambino al circo.

“Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione!“ così diceva il Perozzi in Amici Miei ed è la descrizione migliore di quanto si vede che si è raggiunto quel punto tra tecnica e ispirazione che molti chiamano arte.

Volendo raccontare i dettagli abbiamo un genere-nongenere misto di cantautorato, rock, jazz, elettronica qualsiasi altro genere si possa includere. Il treno dei folli è guidato da Fiori e Gabrielli, grandi artisti quanto grandemente abili a sembrare appena usciti dalla casa della carità, tra accappatoi arancioni e balli scoordinati. Eroi della musica assurda, la risposta italiana alla domanda che nessuno ha mai posto.

Completa la serata il set reggae dei Boomdabash, uno dei più forti gruppi reggae salentini, che hanno abbandonato il classico pidgin giamaicano del reggae per il più locale dialetto salentino, tranne che per i ritornelli (un po’ come i conterranei sud sound system), contribuendo così tra musica e testi a quell’interessantissimo processo di mimesi culturale del reggae che si è sviluppato in puglia negli ultimi anni, su cui potrei scrivere pagine annoiandovi in maniera incommensurabile.

Mi limito a dire due cose: 1- sono veramente bravi e veloci a cantare (hanno fatto pure una gara di velocità ad un certo punto) 2- pe tutti ce vole na risposta amore de cchiù ed è quedda giusta

BOOOOOOOMBOCLAAAAAT!!

per chi c’era chi non c’era chi mi ha chiesto come è stato e chi se ne frega (la netta maggioranza credo) questo è un simpatico reportino del magnolia parade o meglio della serata a cui sono andato (quella di venerdì, sarei anche andato giovedì ma per quanto rispetti sub focus e consideri last jungle uno dei pezzi drum’n’bass preferiti non sarei riuscito a passare vicino ai crystal castles senza assaltare con un machete in puro stile rambo la massa di fighettindie occhialoni e pantaloni fascianti che popolava l’esibizione di questa dubbia modella anoressica e del suo amico giocatore di gameboy)Arrivando in ritardo mi sono perso i fratelli Calafuria ma non credo sia stata un enorme perdita (se lo è stata fatemi sapere)quindi dopo essere passato al bar (la birra media costa 4 ma l’acqua è gratis, alla facciazza di Ronchi) mi sono recato al palco centrale a sentire il Teatro degli Orrori.Alla 4 o 5 volta che li vedo non ho ancora capito quanto sia recitazione e quanto sia vera fattanza.In quest’occasione particolare Capovilla era particolarmente provato tanto che sembrava sul punto di collassare sull’asta del microfono quattro o cinque volte, diciamo che la storia della recitazione è ottima per farci passare sotto qualsiasi alterazione psicotropica di cui paiono esperti(non quanto di noise ovviamente).Nonostante le defaillance vere o studiate è stato ancora una volta trascinante, con una carica musicale pazzesca e un carisma incredibile (solo a dire silenzioso la platea zittisce e neanche il classico pirla che dice “ehi senti che pace” osa).l’unico vero problema consiste nella durata, visto il concerto da 40 minuti posto quasi all’inizio, probabilmente dopo che hanno fatto storie per il volume (obiettivamente basso) durante il Miami lo staff voleva togliersi qualche soddisfazione.Dopo di loro la scelta si poneva tra i coretti powerpop indieggianti divertenti e rassicuranti dei Record’s oppure le stranezze dei Chrome Hoof.Essendo naturalmente curioso la scelta è stata ovviamente la seconda.Qua bisogna introdurre una spiegazione per chi non li conosce o per chi ha solo letto la tremenda recensione di Wad(da sempre il peggior critico musicale italiano) su Rollingstone di Agosto (ma non ci sono tanti caminetti da accendere in questa stagione).Beh loro sono il futuro, o meglio un possibile futuro.Immaginate una mezza dozzina di beduini fluo/monaci spaziali chiusi in un negozio di strumenti con una cantante-ballerina dall’ottima presenza (sia fisica che scenica).Tutti i generi (dall’elettronica a deviazioni psichedeliche da assoli di jazz a pezzi similsoul da potenti riff hardrock a melodie di violino) e parecchi strumenti fusi insieme in un unico calderone che farebbe ballare pure le persone in coma.In una sola parola, è nato il Post-Tutto, approfittatene ora e fate credere anche voi agli amici di aver fatto un viaggio nella Londra del 2060.in seguito alla rivelazione della serata si è esibita la sola della serata,i Bonaparte. Un gruppo di balordi che tenta di essere postpunk situazionista ma finisce per sembrare peggio dei Klaxons in acido (e non è per niente un complimento).Elettrorock di media qualità sovraccaricato da un esibizione baroccamente trash che riempiendo il palco di direttori d’orchestra leopardati con la faccia da cavallo, scenette BDSM o semplicemente incomprensibili ricordano un certo teatro d’avanguardia inutile e pretenzioso (come loro del resto).valga da epitaffio il commento di un mio amico attore che interpellato a riguardo ha notato secco “non so se è musica, ma sicuramente non è teatro”.meglio andare sul palco laterale a bere birra e giocare a calcetto accompagnati come colonna sonora dai Mojomatics, simpatico duo indie che anche senza essere particolarmente innovativo fa tranquillamente e giustamente il proprio concerto.Bravi artigiani dell’indierock che non mi sono serviti nonostante tutto a vincere a calcetto ma hanno comunque fatto una buona impressione e fatto passare gradevolmente del tempo.Stessa cosa non si può dire dei tremendi noiosissimi ma affollatissimi(oltre che uguali in tutti i palchi) set electro-fidget che sono scesi come una dittatura beeppante sul parco.Evidentemente sono io che non mi sono abituato o che sono troppo snob ma mi sentivo come gli alien di mars attacks, quindi fermo e convinto che “io sui similcrookers ci piscio” (infatti il bagno era anche vicino alla console) mi sono avviato verso il palco centrale dove Kapranos dei Franz Ferdinand mostrava che se uno è bravo a fare il frontman di un gruppo indierock allegro (quelli con i ritornelli stupidi ma divertenti perfetti da cantare in macchina in una domenica di sole portandola all’autolavaggio) non dovrebbe fare altro, soprattutto non dovrebbe fare il dj mostrando la sua scarsa abilità nel mixaggio e nella selezione.Così mentre risuona “London Calling” dei Clash, messa per cercare di risollevare un pò le sorti del set, io mi avvio verso l’uscita to the faraway towns…

dopo una lunga assenza!!!

“Gli uomini allegano un libretto d’istruzione alle macchine che costruiscono. Perchè Dio non potrebbe fare lo stesso con uomini e donne? “
E’ uscito il nuovo album degli skiantos..vere istituzioni del rock demenziale,,,
per info:myspace