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Si avvisa che questo report sarà in forma ridotta a causa della mia cronica capacità di ritardare e di una grandinata ancora più ritardataria di me.

Appena entro vengo accolto da una ventata di gelo polare, non residui della grandinata ma l’algido ed etereo set dei Be Forest: due ragazze e un ragazzo che danno vita ad un’ atmosfera tra la new-wave e un certa musica ambientale affascinante ma anche sottilmente inquietante. Roba da felpina per evitare i brividi da eccesso di voci rarefatte. Poco dopo però la pioggia nel pineto termina per dare spazio alla domenica soleggiata e di ritorno dal college dei Radio Days, col classico indie-pop-rock che tanto riempie le sale prove, le radio e i cartelloni dei festival, per un unico semplice motivo: quello di elargire, ad un impegno di ascolto minimo, gioia e spensieratezza a piene mani.

E questo obiettivo pare completamente riuscito. Il cielo si rischiara, la gente toglie il kway e inizia a ballettare sul posto, le coppie iniziano ad abbracciarsi, le compagnie a prendere le birre al bancone, insomma torna la primavera. Giusto in tempo per andare a mangiare al bar, al negozio delle polpette (ebbene si, avete letto bene, polpette d’asporto e anche buone) o consumare un panino portato da casa per risparmiare (del resto non è il festival dell’autoproduzione??)

Si torna giusto in tempo per lo stralunato cantautore Babalot e il suo allegro gruppo di appoggio.

Ecco una breve lista di cos’hanno loro: un cantante che dimentica le parole e gli attacchi ma si vede visibilmente preso dall’ansia da palcoscenico e questo incrementa la simpatia, un misto di strumentisti (compresa la pianola a bocca e un tizio che suona il cubo di legno su cui è seduto), testi completi e solo apparentemente nonsense in alcuni punti ma in realtà brillanti, arrangiamenti vivaci e originali e soprattutto un aria di non prendersi esageratamente sul serio ma di sapere cosa si sta facendo. E’ esattamente una di quelle volte che dici “toh mi fermo 5 minuti prima del concerto sull’altro palco” e poi resti lì fermo per un’ ora e ti perdi l’altro gruppo, ma in fondo non ti dispiace così tanto. Ora, però, vedi che la folla si accalca verso l’altro palco, a causa dell’imminente show degli lnripley. Oltre ad essere una storica eroina del cinema fantascientifico, è anche il nome di un gruppo che suona drum’n’bass e dubstep completamente dal vivo solo con strumenti (elettronici e non).In una nuvola di fumo si materializzano tutti coperti da maschere e bardature il batterista, i due suonatori di groovebox, il bassista e per ultimo Viktor, l’Mc. Anche cantante/rapper lui è il vero cavallo selvaggio del palco che passa tutto il concerto a saltare come un gorilla fomentando la folla,che non ha comunque alcun bisogno di essere fomentata oltre, visto che il sound del gruppo suona come il figlio bastardo dei Rage Against The Machine con i Pendulum che esce a ubriacarsi con una gang di robot. Quando partono i pezzi dubstep è il delirio, la gente si trova a ballare senza accorgersene, sotto il palco un mischione da metal, ovunque gente che dondola scoordinata come in trance. Il concerto finisce con Viktor in piedi sulle transenne a torso nudo, fiero come Nelson prima della battaglia di Trafalgar che lancia enormi palloni a forma di occhio sul pubblico urlando “are you fucking reaaaaady” mentre il batterista suona sui 170 bpm e sembra avere cinque mani. Sono arrivati gli alieni ma non sono aggressivi sono solo un po’ irruenti. Dategli retta e vivrete cose non di questa terra. Seguono i Casino Royale, con forte attenuamento della velocità e del ritmo della serata, accolto con un misto di dispiacere e sollievo: dispiacere per la fine e sollievo per la prova fisica e psicologica a cui erano state sottoposte le prime file. E’ il momento di sedersi, bersi una birra, asciugarsi il sudore e borbottare a mezza voce “cazzo che roba! cazzo che roba!” come se si avesse partecipato alla presa della bastiglia. Ora permettetemi di fare un disclaimer personale sui casino royale, anzi sui nuovi casino royale, che poi nuovi non sono visto che hanno questa formazione da almeno 5 anni. Il disclaimer è questo: sono bravi si, ma con Giuliano Palma erano un altra cosa….soprattutto quando fanno i pezzi vecchi si sente che cambia qualcosa, è un piccolo disturbo ma si nota, un po’ come quando salta la frequenza in radio. Sarà che io non li avevo mai sentiti dal vivo e avevo in mente solo le versioni sentite sui cd o su youtube, ma ho notato un senso di assenza che mi impedisce di essere veramente onesto su un live che se non è stato travolgente è stato comunque molto dignitoso. Tra questi due gruppi di chiara validità e un mostro sacro come Dj Gruff le teste pensanti della scaletta hanno pensato di infilarci un puro bimbominkia, forse per evitare che Segrate collassasse come un buco nero per l’eccesso di ottima materia musicale.

Ecco dunque arrivare un tamarro di provincia ad esibirsi nel solito numero, “minchia spacco di brutto e ora faccio un rutto, sono stato dentro per spaccio e mi hanno rotto un braccio” pronto a proclamare entusiasta “la mia ignoranza vale oro i tuoi pezzi d’amore ficcateli in culo, no homo” e a sfornare frasi di vera poesia trascendentale come “dammi i soldi soldi, la donna giusta e mi inculo il mondo “. Emis Minchia e restai sminchiato tutta la sera finchè non prese il microfono dj Gruff: “Mi ami? Mi ami ancora? Mi ami sempre? Per sempre. Milano ti amo da sempre. Ma davvero, mica roba così.” e giù scratchoni. Il suo set coniuga la velocità di un leopardo con la maestosità e la calma sicura dell’elefante che attraversa la savana dall’alto della sua pachidermica esperienza.

Ed è vera emozione di massa collettiva. Lo stile si vede, l’anima si sente.

“Per questo sono dove sono, per questo vado dove vado”

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