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Così sotto un cielo cupo, di un giugno che tutti abbiamo dimenticato essere giugno, mi avvio con la mia fidata tracolla da concerto (per metterci gli oggetti personali onde evitare che li freghino..insomma penso che tutti possiamo raccontare storie di cose perdute/rubate ai concerti, e spero tutti da vittime) mi avvio verso la prima giornata del miami…

Dopo essermi fatto riconoscere all’ingresso (come abbonato non come autore di pessime figure ovviamente), aver ricevuto il libretto (70% sproloqui 30% recensioni 10% orari dei concerti e cose anche solo minimamente utili) e il timbro sulla mano (anche se vedersi la scritta “vedrai che mi ami” sulla mano destra apre un intero ventaglio di possibilità tra il volgare e il grottesco) entro ufficialmente nel piazzale del palco dove stanno suonando i Deluded by Lesbians

A parte il chaupeau per il nome, loro sono la dimostrazione che un certo rock misto di alternative e stoner è tutt’altro che la palla tecnica che si pensa che sia.Il chitarrista/bassista frontman è un Bluto che invece di spaccare chitarre ha imparato a spaccare con esse. Così tra battutine, incitamenti, scambi di strumenti, lanci di banane e verdura e addirittura maracas distribuite tra le prime file per “accompagnare la batteria” (e prontamente ritirate in pochi secondi dall’occhiuta sicurezza) il concerto passa allegramente in un clima da gita liceale. Si può essere delusi dalle lesbiche ma non dai Deluded. Seguono i The Hacienda, un gruppo che propone una agile riassunto di britrock (con tanto di cover dei Beatles) e motivetti indie alla Vampire Weekend. Sulla carta hanno tutto, dalla conoscenza del genere ai capelli anni ’60 ma per qualche misterioso motivo non mi convincono

ho passato tutta la coda per il panino a pensare il perchè ma non ci sono arrivato.

Allora col mio panino molto hardcore (salamella peperoni cipolle e senape) mi sono spostato verso l’altro palco che però era bloccato causa guasti tecnici, permettendomi tuttavia di incontrare il frontman dei Deluded con la cassa di banane avanzate dai lanci durante il live che girava a regalarle dicendo “dai finiamo ‘ste banane che poi si va a casa”. Sul palco principale suonavano i Fine Before You Came e io, pur non avendo molta simpatia per l’emocore (che non è l’insulto che sembrerebbe ma solo quel genere alternative che alterna urlate a momenti melodici con testi in genere intimisti ed emotivi) sono stato molto colpito dalla fisicità dell’esecuzione. Il cantante cantava praticamente sdraiato sul pubblico che si accalcava a sostenerlo in stile zattera della medusa, e anche il resto del gruppo dava l’aria di volersi sdoppiare per essere tra il pubblico ad ascoltare il loro stesso concerto, protendendosi e lanciandosi oltre il palco, nel tentativo di battere tutti i record di stagediving. Sul pezzo finale al grido di “maledetta sfortuna” TUTTO il gruppo (escluso per ovvie ragioni il batterista) si è lanciato giù di schiena dal palco continuando a sbraitare e a suonare sopra la folla di mani. Alla fine del pezzo sono scesi e hanno fatto un giro di ringraziamenti tra il pubblico con tanto di abbracci e pacche sulle spalle (la cosa faceva anche un po’ schifo viste le pezze da ciclista ma anche questo e particolarmente questo è rock)con una partecipazione incredibile da entrambe le parti insolita in questo festival (ma forse in generale). Dopo di che giro a random dato che si era in cambiopalco/cena (si anche i fonici mangiano) che mi ha permesso di realizzare tre cose: 1- quanto si sente più il sapore della birra che dell’alcool è veramente buona 2-quanto i buttafuori iniziano a salutarti devi considerare che forse vai troppo in quel locale 3-le bancarelle sono divise nettamente e geograficamente tra abbigliamento e dischi (e la mia scelta è???…aspetta aspetta Dischi!!)

Pacco fieramente per la birra e i “3 cd 10 euro” sia la vocetta da sigla di manga di denise sia “le luci della centrale elettrica“: anche se avrei voluto chiedere “ signor Brondi, cosa si prova ad essere l’artista più sopravvalutato degli ultimi 5 anni?” ero troppo impegnato a chiedere al mostro di lochness nelle pozzanghere di predirmi il futuro mentre tu tu disegnavi mondi inesplosi su un cazzo di bancale col tuo rossetto all’amianto e cagate da pseudopoeta di questo tipo.

Arrivo giusto in tempo sul altro palco per godermi la fine di quella pena umana dei colapesce, che cantano e suonano una serie di ballad da limone (senza sortire però l’effetto voluto) con la gioia e la partecipazione emotiva della cassiera incinta dell’esselunga che sarebbe dovuta andare in bagno già tre ore fa. Meglio fuggire rapido come un ninja davanti ad un carro armato e dirigersi verso il terzo palco (novità 2011) dove si stanno preparando “la casa del mirto”. Non so se siano sardi, ma una cosa è certa: bravi sono bravi ma che paranoia! Ambient/idm elettronico, che sarà anche intrippante ma se solo qualcuno ti sfiora tu se già pronto a saltargli addosso dall’angoscia che ti mette.

L’incolumità mia e del prossimo e anche un comprensibile disinteresse mi spingo altrove..è sul secondo palco che suona infatti il miglior gruppo della serata, i Mariposa

Spesso chi si interessa di musica si domanda anche il perchè certe scelte stilistiche musicali, la ripercussione di certe influenze, l’uso di alcuni strumenti ecc… con i Mariposa no, stai lì senza farti domande solo a guardare cosa possono ancora inventarsi, come un bambino al circo.

“Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione!“ così diceva il Perozzi in Amici Miei ed è la descrizione migliore di quanto si vede che si è raggiunto quel punto tra tecnica e ispirazione che molti chiamano arte.

Volendo raccontare i dettagli abbiamo un genere-nongenere misto di cantautorato, rock, jazz, elettronica qualsiasi altro genere si possa includere. Il treno dei folli è guidato da Fiori e Gabrielli, grandi artisti quanto grandemente abili a sembrare appena usciti dalla casa della carità, tra accappatoi arancioni e balli scoordinati. Eroi della musica assurda, la risposta italiana alla domanda che nessuno ha mai posto.

Completa la serata il set reggae dei Boomdabash, uno dei più forti gruppi reggae salentini, che hanno abbandonato il classico pidgin giamaicano del reggae per il più locale dialetto salentino, tranne che per i ritornelli (un po’ come i conterranei sud sound system), contribuendo così tra musica e testi a quell’interessantissimo processo di mimesi culturale del reggae che si è sviluppato in puglia negli ultimi anni, su cui potrei scrivere pagine annoiandovi in maniera incommensurabile.

Mi limito a dire due cose: 1- sono veramente bravi e veloci a cantare (hanno fatto pure una gara di velocità ad un certo punto) 2- pe tutti ce vole na risposta amore de cchiù ed è quedda giusta

BOOOOOOOMBOCLAAAAAT!!

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