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cari contorni per polenta, eccoci con la seconda parte del report sul balla coi cinghiali, fatto a posteriori in quanto la mia intenzione di farne uno al giorno si è scontrata con al vita da campeggio.

Comunque, la seconda ungulatica giornata si apre con i Bad Bones, che danno la sveglia (alle sei di sera ma è comunque una sveglia) con lo hardrock-earlyheavy tra influenze sabbathiane, voci alla Motorhead, testi alla AC/DC e tutte quelle cose che facevano alzare le corna nei primissimi anni ottanta (e le fanno alzare anche ora a giudicare dal riempimento record sotto il palco, nonostante la band di apertura sia in genere snobbata). Dopo tutto questo sforzo energetico, imponesi pausa pizza-birra-band un po’ ska – un po’ dub con tanto di corista. i Deskarados, forno a legna e pinta di artigianale al tramonto compongono una maniera per rigenerarsi a cui le spa non sono ancora arrivate molto probabilmente, ma che è di sicura efficacia. E’ un momento di relax da srotolamento del Dna, ma siccome molti altri gruppi mi aspettano mi riprendo e vado a fare parte del pocherrimo pubblico dei Let it slide. L’infausta collocazione in pausa pranzo non rende giustizia all’ alternative rock a volte un po’ approssimato ma sicuramente partecipato e di buona presa del gruppo bergamasco, che comunque fa buon viso a cattivo gioco e porta a termine un dignitosissimo live in mezzo alle ovazioni mie, delle fidanzate e di pochi amici. Probabilmente dal palco mi avranno guardato pensando “ma chi è quello?? gli altri li conosco ma lui???”. Smetto di infierire per parlarvi dei Lombroso. Non Cesare, non Luca ma un duo fondato dall’ex-violinista degli Afterhours. Il loro scopo è quello di ammantare di una vena rock la classica popsong autoriale italiana (qualcuno ha detto battistimogol??). Obiettivo raggiunto grazie all’abilita musicale del duo e ai baffoni di uno dei due che danno automatica serietà da nonuscitovivodai’70. Scherzi a parte, sono un duo molto valido e coinvolgente, non saper le parole non vi salverà dall’inevitabile singalong abbracciati sotto il palco. sappiatelo. A seguire su quel palco la dubbia genialità dell’autoproclamato il Genio. Siccome oggi sono molto poco poppollo mi dirigo verso un palco secondario a farmi pettinare il ciuffo che non ho dalle potenti chitarre dei Diatomea. Questi incazzosi ragazzotti di Savona propongono quello che poteva definirsi nu-metal prima che il nome cadesse in declino (loro tuttavia per sicurezza si definiscono ancora crossover):Posizionati in una casella tra Korn e Rage against the machine, in un operazione di revival novantiano che marcia bene. Un giorno dovremo sederci e pensare a cosa è andato storto da allora ma nel frattempo accontentiamoci di fare headbanging. Mi dirigo verso l’area pranzo per recuperare energie e osservo i banchetti, pescheria oltremare sas. Gelateria pinotto sas, brunori sas. Quest’ultimo non vende granite o fritto misto, ma canta canzoni ironiche ma partecipate, con un misto di ricordi personale e storie inventate ma credibili. Dario Brunori, insieme a Dente e ai Dimartino (che hanno dei feat. nel suo ultimo disco) è la nuova voce del cantautorato italiano, ma probabilmente è quello che ha trovato meglio la via di raccontare storie anche tristi e tragiche ma in maniera né pietosa né compiaciuta, appunto con quel misto di partecipazione e ironia di cui si diceva(non per niente i suoi due album si chiamano poveri cristi 1&2). Non mi spingerò qua a dire che è il nuovo Rino Gaetano, perché è una affermazione grossa (anzi enorme) e richiede tempo e verifiche, però una stelletta, pallino o lineetta che sia di fianco al suo nome ce la metto di sicuro Da seguire e con attenzione, magari dopo perché la seconda giornata è finita

La terza giornata inizia nella mia tenda dotata di “angolo cottura” in quanto dove sono io si cuoce dal caldo. Con rinnovata solidarietà per le torte, esco dal forno e mi appresto ad aprire una lunga e probabilmente pallosa parentesi su Bardineto, il simpatico paesello che ospita la manifestazione.

Per non farla troppo lunga dirò che è praticamente una via sola che parte dall’edicola-tabaccaio che mostra oltre ai soliti film in abbonamento coi giornali e ai soliti porni una ricca collezione di video di caccia al cinghiale (intitolati progressivamente tipo “Cinghiale 2: la grande caccia”, “Cinghiale 3:la preda è vicina”. “Cinghiale 4:sempre più cinghiale” facendomi domandare chi siano gli acquirenti di tale abbondanza) e arriva all’altra edicola tabaccaio dopo circa 800-900 metri di bancarelle e commercianti che si fregano le mani per la loro settimana di lavoro, visto che probabilmente campano un anno con quello che guadagnano quei giorni.

Dopo essermi fatto riconoscere come milanese abituato ai prezzi folli (“coooome?? solo un euro per una penna e un taccuino???”) ed essermi fatto raggelare dagli occhi di una sciura del posto a cui avevo chiesto incautamente suoi pareri sul festival (ragazzi, neanche l’emissario che tornava dall’imperatore annunciando la sconfitta di Varo a Teutoburgo era stato guardato COSI’ male)

me ne torno al festival. La serata musicale inizia con un’altra sveglia hard-rock, affidata questa volta ai Black Elephant, un solido gruppo vecchio stile, di quelli che dicono pane al pane, vino al vino e frocio al frocio .Se passate sopra alcune uscite da contadino dell’Arkansas, scoprirete un interessante mondo di urla cavernose, drumming furioso, riff scatenati e stivali di pelle di coccodrillo appena ucciso. Un’ po’ di primitività ogni tanto fa bene perciò che sbraito sia e su le corna. AAAAAAAAAAAAARGHHHH!!!!FIIIIIIREEEEEEEE!!AAAAAARRRRRRRRRGH!!!!

Usciti dal pogo e sbranata animalmente una salamella (si fa sempre un po’ fatica a tornare alla civiltà) mi vado a stupire con gli acrobati del circo etiope. E’ un gruppo di artisti che gira il mondo per raccogliere fondi per progetti benefici in Etiopia e a far vedere quando sono bravi a giocolare con 8 (otto!) cappelli a testa. La momentanea sospensione delle leggi della fisica però mi fa venire comunque il mal di schiena solo a vedere la contorsionista. Un attimo dici “questo è impossibile” e poi dopo fanno qualcosa di ancora più impossibile. Mascella a terra che mi faccio riposizionare dal muro di suono dei titanici stoner Gandhi’s Gunn. Oltre al nome che rasenta la genialità, danno un nuovo senso al nome del festival. Robusti, pesanti, zannuti, lenti ma pronti a scattare in una furiosa e travolgente carica, incarnano l’archetipo dell’animale simbolo del festival. Musicalmente è un potente e incisivo stoner classico, deserticamente figlio di Kyuss e Fu Manchu, anche se con qualche influsso sludge. Se non avete capito quello che ho scritto, fidatevi comunque che sono bravi e possenti. Mentre sono al bar a rifornirmi di birra, mi prende un colpo sentendo una voce in screamo e accorgendomi che proviene non da un ciccione tatuato ma da una dolce donzella che tanto gentil e onesta pare, ma in realtà sbraita come una petroliera in avaria. “ho iniziato a cantare così per scherzo in sala prove”mi dirà poi “poi ho visto che veniva bene, e grazie a quello che ho imparato studiando canto riesco a passare rapidamente al melodico e a riprendere lo screamo anche più volte”

Il gruppo si chiama “Marry me in Vegas”, ed è probabilmente un affermazione di pari opportunità nel rock, ma sicuramente un valido gruppo metalcore (genere che però frequento molto poco quindi per correttezza smetto di scriverne ora). E torno sul palco principale a sentire i Gribitch brothers and sister, un ammucchiata psycobilly francotedescoest-europea che di ammucchiate ne causa anche sotto il palco, con la loro cura automatica per il morale e le coriste dotate di cartelli. Ed è subito festa, e ad un certo punto lo sgangherato balkanchitarrista ne approfitta per lanciare in un italiano ancora più stentato un “tuti insieme dansa del cinghiale” che viene ripetuto e scandito all’unisono da una persona all’altra, facendo un uso del nume tutelare molto migliore di quello mai fatto dagli squallidi interventi della squallida presentatrice che credeva di essere in una squallida serata in uno squallido discopub di uno squallido paesino di provincia…aspetta qual’era la parola che la definiva?? aspettate?? ah già, squallida. Cosa che invece è esattamente l’opposto dei precitati Gribitch, che saranno i cartelli con i brillantini, ma alzano un live decisamente illuminante.

Anche troppo, perché il live successivo è condotto da un vero fulminato.

Vestito come il Mago Otelma, buffamente fuoriluogo come Mangoni, situazionista come Fatur (l’artista del popolo), brutto come il benzinaio delle barzellette, con una zeppola peggiore di Jovanotti e Vendola che fanno un duetto è arrivato MGZ con la sua backing band di dj, chitarrista e ballerine/coriste/quellochecapita rinominate burugirls, in quanto lo stesso MGZ rivendica di essere l’ultimo profeta di “Burulandia”. Musicalmente suona come se Freak Antoni e un aspirante raver dj fossero invitati a suonare in una band industrial. Testi sarcastico-demenziali, basi technopunk, travestimenti stupidi (pure l’aureola luminosa e la megabacchetta magica) e un circo di trovate e di scenografie assurde. Le possibilità sono due: o è uno degli eredi della tradizione demenziale italiana, o è un ciarlatano. Io, da conclamato appassionato della stranezza musicale, ho votato la prima (pure due volte per essere sicuro) e mi sono divertito come una scimmia. Poi fate voi. Ma non dite che non v’era stato detto.

Per riposare le orecchie (serve assolutamente) in zona relax suonano gli scaliturchi, ensemble afrosperimentale che si incaricherà di vegliare tra didjeridoo e ritmi cubani sul vostro inevitabile abbiocco. Appena destati dal mondo delle nuvole dove gli angeli suonano i bonghi e lo steeldrum ci si reca all’ultimo concerto della serata, il trombettista più famoso d’Italia Mr. Roy Paci con i suoi Aretuska che reduci da un imponente tour estivo non hanno perso nemmeno un grammo di freschezza, smalto e lucidità sulle trombe. La piazza si riempie all’inverosimile, gente che balla in spalla, sui tavoli, sui cassonetti, dietro il bancone, alle casse, pure ogni tanto si intravede dalle cucine che stanno ballando pure là. La festa è totale, ballano pure i tavoli (anche perché ci sono tante persone sopra) e il concertone ska si conclude con una versione aggiornata di Nuntereggaecchiù che riscuote un approvazione bulgara. Così si conclude anche il terzo giorno, tra i bis di tromba e i boati di giubilo della massa.

Sul quarto giorno non c’è molto da dire, data la rilevante la presamale generale per la fine del festival che ha avvolto tutti per un po’, stemperata però ovviamente dall’avvio della musica.

Da segnalare i Pad Brapad (leggermente impronunciabili, infatti c’è su internet un video di un loro live alternato a video di tizi che provano a dirlo). Sono un gruppo francese, alla loro prima data in Italia, che hanno fatto alla musica tzigana la stessa cura elettronica che i gotan project fecero al tango qualche anno fa. Il loro miscuglio, autodefinito musica “urban-tzigan”, però risulta stranamente più coinvolgente e apre porte che non avevamo nemmeno visto nel recupero moderno della musica tradizionale. Una rilettura divertita e curata che è stata molto apprezzata da tutti. Una delle rivelazioni del festival, imperdibili soprattutto dal vivo. Proseguono sul filo del buonumore, i

Rock’n’roll kamikazes, il nuovo gruppo di Andy Mcfarlane (per chi non lo conoscesse il frontman degli Hormonauts, il più incredibile e scombinato gruppo psycobilly italiano), che riempiono l’area di rock’n’roll classico e rockin’blues per i balletti di tutti. Se non vi ricordate i passi che facevano i vostri genitori potete ricopiarli da video d’epoca oppure improvvisare, sentendovi comunque un po’ Blues Brothers, anche senza occhiali neri.

Dopo aver visto la luce viene però il punto dolente. Salgono sul palco i Verdena, reduci da un mostruoso tour per l’Europa. Io ora non so come affrontare la questione. Ho provato a farmi affittare un pollaio da un amica di mia zia, andare là scrivere la recensione in inglese, tagliarla, ricomporla, tradurla in italiano, tagliarla e ricomporla di nuovo ma oltre a poter dire che “adesso so perché sei nera ad ogni io e me e tu e noi cadimi in volo onesto mentre mi cullo fragile con la vertigine blu” (ho saltato una parte sulle meduse lesbiche color porpora che giocano col rimorso autunnale ma fidatevi che è meglio). Allora lo posso dire. Il coraggio c’e l’ho. per fare la mia rivelazione: han fatto pena. Ma tanta. E mi dispiace perchè anche se non li apprezzo molto per questione di gusti personali, ammetto che sono bravi e che sono una grande band live. Io stesso li ho sentiti altre volte (al magnolia in chiusura del MIAMI quest’estate ad esempio) e, anche se non mi sono esaltato, non mi hanno annoiato e li ho ascoltati gradevolmente per un’ora, un’ora e mezzo.

Questa volta no. Sono passati a sostituire la flebo a tutti i degenti del festival e hanno riportato alcuni nel baratro della droga. Ho conosciuto strafan dei Verdena che avevamo fatto ore e ore di treno per venire ammettere con le spallucce del vero fan che “si, vabbè stavolta hanno suonato veramente di merda”.Ed è un vero peccato. Nonostante questo il festival in generale è stato assolutamente epico e leggendario e quindi l’anno prossimo che vada bene o vada male passate dal cinghiale! (mai stato capace di fare le chiuse io)

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