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Cari amici del cinghiale, del cinghialino, del chinghialotto e della cinghialessa (meglio nota come cintura bollita) questa volta sono direttamente dal Balla coi Cinghiali a Bardineto, il più grande festival gratuito d’Italia.

“come Woodstock ma si mangia meglio” campeggia nella scritta all’ingresso, ma io non vedendo né hippie in acido che ballano nude (anche se molte sono in costume), né vecchi freak che si lanciano palate di fango sostenendo di conoscere la strada per il Nirvana, almeno sul primo punto mi riservo di dubitarne, sulla seconda ci torniamo dopo. Comunque, appena entrati ci si rende conto che è assolutamente enorme e c’è ogni cosa: volete comprare dei cd?fatto! volete fare sport?,c’è! Imparare a ballare?c’è!, c’è pure la pista da BMX e l’internet point.Così pieno di speranze entro nel campeggio e, dopo aver rischiato di vincere un ipotetico premio “peggior campeggiatore del decennio”per la mia tenda decisamente ispirata ai maestri dell’astrattismo, mi avvio verso il palco centrale (Aoh,se’ chiama “Main stage” semo ‘mericani qua) dove suonano i “Nena and the SuperYeahs”, un gruppo che dovrebbe essere elettropunk ma finisce per essere ripetitivo e privo di grandi idee.Il loro pezzo migliore “Punk Mission” dovrebbe chiamarsi “Daftpunk Emission” visto che sfiora colpisce e penetra per chilometri il plagio del suddetto gruppo francese tanto che mi viene da cantarci sopra “teeeeleeevisiion ruuules the naaation”.Mi sposto al palco dedicato ai gruppi locali(“Local Heroes”, aridaje, t’ho ddetto che semo ‘mericani), passando a recuperare il corpulento libretto di ben 70 pagine con l’illustrazione di tutte le attività, i concerti e i banchetti. Nel palco locale stanno suonando i Vena Alternativa, in modalità veramente “intocantina” in quanto sono in una piazzetta isolata con cinque amici di pubblico.nonostante questo suonano postgrunge con passione e impegno anche se la cantante ogni tanto ha qualche calo di presenza scenica dovuto alla cosiddetta “sindrome da recita” (“Oddio, ora devo dire questo, poi questo e questo”), con un po’ di naturalezza in più potrebbe essere decisamente interessanti. Il rock mette anche appetito e mi dirigo a verificare se si mangia veramente meglio. Non ho termini di paragone, non essendo stato a Woodstock, ma qua si mangia veramente bene.

All’interno di un tendone a forma di circo trovo un piatti tipici e alle cucine polenta e gnocchi. Prendo però la focaccia e una birra fatta secondo la ricetta egiziana ricostruita, visto che gli egiziani oltre a fare le piramidi e a stare di profilo hanno inventato la beneamata bevanda.

Dopo Pranzo sono pronto ad affrontare i Bancale. Dico affrontare perchè questo gruppo blues-noise porta la pesantezza a nuovi livelli. Saranno anche bravi a suonare gli stessi accordi in continuazione sbattendo su lastre metalliche ed declamando in stile Massimo Volume la miseria, il vuoto e la nullità della pianura industriale bergamasca-est lombarda, ma dopo dieci minuti di “cani randagi divorati dalle mosche in discariche in disuso, mentre i brandelli dei salami marciti sporcavano l’asse marcia del cascinale in rovina” inizi a non poterne più. Ti serve gioia e subito, ne va del tuo equlibrio psicofisico. Fortuna che sull’altro palco suonano i Legendary Kid Combo, formidabile banda di intrattenitori e dispensatori di buonumore e balli folli. Un gruppo di musicisti vestiti in stile ottocentesco-americano che alternano psycobilly, cover folkrock, e cover di pezzi in chiave speed country o psycobilly. Capaci di passare da Oci Ciorne a “fight for your right(to party)” facendole sembrare due canzoni dello stesso gruppo (loro) e di tirarsi dietro tutto il pubblico in un attimo. Dopo diserto gli hardcorers Dufresne per i Lomè, perchè il libretto nel parlarne tira fuori in poche righe Tenco, i Mars Volta, gli Area e Zappa. Come sempre troppo Hype uccide e impedisce di godersi questo, in realtà, buon gruppo jazz-rock basato soprattutto sulle capacitò istrioniche del cantante e del tastierista (che addirittura sostituisce senza troppi danni gravi la chitarra in una cover di Heart shaped box). Perciò mi metto e mi tolgo il mio cappello da “saluto al virtuoso” e, dopo aver alzato di parecchio la sbarra dell’assurdo ascoltando una cover metalcore di “get up stand up” eseguita dai Volumi Criminali (il nome migliore del giorno come band), mi preparo a sentire il grande vecchio dell’alternative rock italiano, Giorgio Canali. Il quale, nonostante abbia sui cinquanta anni, sembra un settantenne dall’aspetto e un ventenne dall’energia, la passione, la forza, l’entuaiasmo e il tasso alcolemico dal suo live. Sbraita, si aggrappa all’asta, tortura la chitarra, manda affanculo tutte le richieste di pezzi, tira craniate possenti al microfono e alza un concerto così elettrico da sviluppare un ondata di allarmi blackout. Potrebbe fare solo pezzi storici e avere file di persone abbracciate che cantano ma suona tanti pezzi del nuovo album, incurante del rischio di diminuire la partecipazione. E’ L’energia, la rabbia, la rivolta, la passione, la sfida, il fuoco che si alza e avvampa, l’inondazione che rompe tutti gli argini, tutte queste cose che hanno reso grande il rock in un solo concerto.

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